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Valoroso corpo di pioggia, forza scavata
nel magma delle vene
mare, madre o mostro, ti chiamano
grembo che mi portasti fino al fuoco, fino a quando
la mia palpebra si incendia in un frastuono
sciamanico, nella vena nella
giga delle Simplagadi
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dico del moto umano, dico
che i percorsi sono figli dell’aria
che i morsi lievi e i fiati bruni
memorie arcuate come lame
come Lamie che strisciano nei fossi
della notte
nella veglia delle mani di Calliope
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getto la faretra sul tuo altare e mi spoglio
di tutti i discorsi che non feci al tuono
al nugolo di storni migrando sulle amene
battaglie dei platani
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è il rosso che permea la dalia, l’umore
che ti reco, alata
quella fronte che spezzò il firmamento
riede in pioggia sulle mani
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canto, gramo è il collo fatto d’elitre
di paglia di salsedine, siedimi accanto
spariamo sull’eclisse degli angeli
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sentinelle nella brina, vagano
scalciando i diletti raggi del sud
fino al poro della pelle che ci dà compimento
fino alla muta dei pollini che ci impregna come vento.
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